Eloise Moody

Tutto inizia come in una barzelletta: tre archeologhe e un’artista entrano in una pizzeria…
Una persona meno ottimista direbbe che non stava andando per niente bene. Andiamo di nuovo fuori, dove anche dalla strada possiamo sentire le urla. Ci guardiamo l’un l’altra – chiedendoci quali siano le nostre possibilità che questa cosa funzioni. Io mi sento fiduciosa – soprattutto perché sono quel tipo di persona ottimista. Ma riconosco anche questo genere di fuochi d’artificio verbali. Se mio padre fosse un pizzaiolo sardo, questo è esattamente il modo in cui reagirebbe.
È giugno, siamo a Oristano, in Sardegna, e stiamo cercando un panettiere locale con cui collaborare. Sto cercando di realizzare un’opera d’arte comunitaria – parte di una serie in cui libricini d’artista fatti a mano, con una combinazione unica di domande sul tempo e sull’appartenenza, vengono inseriti all’interno di forme di pane speciali e infornati insieme. Questi libricini vengono trovati quando le persone/i membri della comunità che hanno ricevuto questo pane lo spezzano; così danno vita a conversazioni autonome sul tempo all’interno di diverse famiglie della località.
All’inizio della giornata abbiamo ricevuto una dritta: Nicoletta, la nostra referente locale, ha un fratello che lavora in una pizzeria. Dice che lui dice che i proprietari, Eugenia e Giorgio, potrebbero essere disposti a collaborare con noi. In effetti, Nicoletta ha parlato con Eugenia e lei ha dato il via libera. Arriviamo, entusiaste, con una versione dell’edizione d’artista da far cuocere al panettiere, all’interno del pane, come prova. L’unico problema è che Eugenia ha detto sì, ma non l’ha ancora detto a suo marito, Giorgio – ed è lui il panettiere. E, cosa fondamentale, lui non vuole farlo – “non funzionerà”. È a quel punto che iniziano le urla.
Fuori, Paola, la nostra archeologa madrelingua, ascolta attentamente, con un misto di sofferenza e preoccupazione sul volto, mentre, di tanto in tanto, sussurra traduzioni diplomatiche della conversazione.
Dopo qualche minuto, le urla si interrompono in silenzio, seguite da un’altra esplosione di urla, poi da un silenzio più lungo. Speranzose e curiose, allunghiamo il collo per cercare di capire cosa stia succedendo dentro. Paola sussurra con un sollievo tangibile: “lo sta facendo… dice che sa che non funzionerà… ma… ci sta provando”.
Aspettiamo.
Eugenia esce portando una scatola per pizza; dentro c’è un pane perfetto a forma di calzone, con i bordi splendidamente plissettati – un’idea fantastica che Giorgio – che rimane in cucina – ha avuto.
Portando la scatola di nuovo dentro, la poggio sul bancone. “Apriamolo insieme e vediamo”, dico.
Lo facciamo – funziona. Mentre spezziamo il pane caldo, troviamo il libricino perfettamente conservato all’interno. Guardo Giorgio e lui guarda me, con un sorriso enorme sul volto. All’improvviso niente è più un problema – 40 calzoni con i libricini dentro? Quando li vuoi?
Il progetto vero e proprio si svolge la settimana successiva: 40 calzonipani vengono consegnati ad alcuni residenti locali che avevano partecipato ai workshop di ricerca svolti in precedenza e allo staff di accoglienza del sito archeologico di Tharros. 40 conversazioni sul tempo e sull’appartenenza si sono svolte mentre le persone spezzavano e condividevano il pane.
Ma riavvolgiamo il nastro per un momento e torniamo alla pizzeria – fermiamo l’immagine su questo istante: tre archeologhe dal cuore aperto – volti completamente felici; Eugenia che appare completamente sollevata; e poi Giorgio ed io, che stiamo uno di fronte all’altra, sorridendo – in realtà ridendo di gioia.


In ogni progetto c’è un momento in cui puoi sentire che sta succedendo qualcosa di silenzioso ma importante. Non puoi mai prevedere quando o che cosa sarà – preferisce arrivare di soppiatto e colpirti in testa. Questo è stato quel momento importante. Senza una lingua comune, ci siamo connessi condividendo il piacere – il piacere di questa collaborazione insolita, di aver fatto qualcosa insieme e di averlo fatto bene. Giorgio ha usato la sua competenza per uno scopo diverso dal solito, facendo qualcosa di imprevisto nella sua giornata. Per me è la sensazione di poter portare la pratica creativa ovunque e che altre persone, anche se inizialmente resistenti, possano incontrarti lì e portare le loro competenze. Questo momento è il motivo per cui fare arte può a volte sembrare del tutto magico.
Niente di ciò che abbiamo creato sopravviverà. Il pane è stato mangiato; i libretti, accuratamente stampati in rilievo, realizzati in carta e rilegati in seta, non dureranno. Incontrerò di nuovo Eugenia e Giorgio? Probabilmente no, ma va bene così. Uno dei motivi per cui amo lavorare con l’archeologia è che non si può competere con i tempi: il tempo necessario alle persone per provare una connessione e un senso di gioia è già abbastanza lungo.
Nulla di ciò che abbiamo fatto vivrà nel tempo. Il pane è stato mangiato; i libretti, accuratamente impressi, realizzati in carta e rilegati in seta, non dureranno. Rivedrò Eugenia e Giorgio? Probabilmente no, ma va bene così. Uno dei motivi per cui amo lavorare con l’archeologia è che semplicemente non puoi competere con le scale temporali – il tempo necessario affinché le persone sperimentino una connessione e un senso di gioia è più che sufficiente.
E così, questa non si è rivelata una barzelletta, ma un breve racconto su cose silenziose, quasi impercettibili, e su come accadono.E sulla speranza, sul piacere e sul desiderio di far sì che le cose siano migliori del necessario.
Eloise Moody
Grazie a Giorgio, e grande merito a Eugenia per aver detto il sì iniziale e per la sua fondamentale opera di persuasione coniugale; enormi grazie a Holly Wright, Anna Simandiraki-Grimshaw, Paola Derudas e Alice Clough – archeologi nella vita reale, fattorini della pizza in un’altra.
Grazie a Sara Perry e a TETRARCHs per il supporto a questo progetto.
Immagine – radiografia di un calzone con un’edizione d’artista cotta all’interno, radiografia realizzata presso il Dipartimento di Archeologia, Università di York – grazie a James Taylor.

It starts like the beginning of a bad joke; Three Archaeologists and an artist walk into a pizzeria…
A less optimistic person would say it wasn’t going very well. We have shuffled back outside where even on the street, we can hear the shouting. We look at each other – wondering what our chances of this working are. I feel hopeful – mainly because I am that optimistic person. But also, I recognise this type of verbal fireworks. If my dad were a Sardinian pizza maker, this is exactly how he would respond.
It’s June, we are in Oristano in Sardinia and looking for a local baker to work with. I am trying to make a community artwork – part of a series where small hand-made artist’s edition books featuring a unique set of questions about time and belonging are baked into a batch of special loaves of bread. They are uncovered when local residents break open these loaves, generating separate conversations about time across different households in the locality.
Earlier today we got a tip off that local partner, Nicoletta, has a brother who works in a pizzeria. She says that he says the owners Eugenia and Giorgio might be up for getting involved. In fact, he has spoken to Eugenia and she’s given the thumbs up. We arrive, delighted, with test versions of the artist’s editions for the baker to try baking inside bread. The only problem is Eugenia has said yes, but she hasn’t yet mentioned it to her husband, Giorgio – and he’s the baker. Crucially he doesn’t want to do this – ‘it won’t work’. That’s when the shouting started.
Outside, Paola, our native speaker and archaeologist, is listening intently, something between pain and worry flickering across her face, whispering occasional diplomatic translations of the conversation.
After a few minutes, the shouting is punctuated by silences, followed by another burst of shouting, then a longer silence. Both hopeful and curious, we crane our necks to see what might be happening inside. Paola whispers with tangible relief, ‘he is doing it…. he says he knows it won’t work…. but…. he is trying’.
We wait.
Eugenia comes outside carrying a pizza box, inside sits a perfect calzone shaped bread with beautifully pleated edges – a fantastic idea which Giorgio – who remains in the kitchen – came up with.
Carrying the box back inside, I place it on the counter. ‘Let’s open it together and see’ I say.
We do – It works. As we tear the hot bread apart, we discover the perfectly preserved booklet inside. I look at Giorgio and he looks at me a giant smile across his face. Suddenly nothing is a problem – 40 breads with booklets in? When do you need them?
The project itself happened in the following week – 40 loaves of bread were delivered to local residents who’d taken part in research workshops as well as the front of house Staff at Tharros archaeological site – 40 conversations happened about time and belonging as people broke and shared the bread.
But rewind for a moment and go back to the pizzeria – freezeframe this moment; three open hearted archaeologists – faces entirely delighted; Eugenia looking entirely relieved; and then, there’s Giorgio and me standing grinning at one another – actually laughing with joy.


In each project, there is a moment where you can feel that something quiet yet important is happening. You can never foresee when or what it will be – it prefers to creep up and hit you over the head. This was That Important Moment. With no common language, we connected in sharing pleasure – pleasure in this funny collaboration, in having made something and made it well. Giorgio used his expertise for a different purpose doing something unexpected in his day. For me, the sense that you can take creative practice everywhere and other people can (even when resistant at first) meet you there, bringing their own skills. This moment is why making art can sometimes feel entirely magical.
Nothing we made will live on. The bread was eaten, the small books, carefully embossed and constructed in paper and bound with silk will not last. Will I meet Eugenia and Giorgio again? Probably not but that’s Ok. One of the reasons I love working with archaeology is you simply can’t compete with the time-frames – the time it takes for people to experience connection and a sense of joy is long enough.
And so, this turned out not to be a joke but a short story about almost imperceptible quiet things and how they happen. And about hope and pleasure and aiming for things to be better than they need to be.
Eloise Moody
Thank you to Giorgio; much kudos to Eugenia for saying the original Yes and her essential bit of marital persuasion; huge thanks to Holly Wright, Anna Simandiraki-Grimshaw, Paola Derudas and Alice Clough – Archaeologists in real life, pizza delivery guys in another.
Thank you to Sara Perry and TETRARCHs for supporting this project.
Image – X-ray of a Calzone with an artist’s edition baked inside, X-ray made at the Archaeology Department, University of York – Thank you James Taylor.
